La normativa in materia dei RIFIUTI

La normativa italiana, all’art. 183 del D.lgs. n.152/06 definisce, riprendendo quanto indicato nella direttiva comunitaria 98/2008/CE che un rifiuto è una qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore si disfi o abbia deciso o abbia l’obbligo di disfarsi.
La definizione di rifiuto rimane quindi fondata, come con il precedente D.Lgs. 22/1997 (Decreto Ronchi), sul concetto del “disfarsi”, che costituisce la condizione necessaria e sufficiente perché un oggetto, un bene o un materiale sia classificato come rifiuto e, successivamente, codificato sulla base del vigente elenco europeo dei rifiuti (CER).

I “Non-Rifiuti”

Il D.Lgs. 152/2006 contiene anche alcune disposizioni per l’individuazione delle condizioni in presenza delle quali alcune tipologie di materiali non vengono classificati come rifiuti. Tali disposizioni sono portano alla definzione di:
–  Materia Prima Secondaria (MPS);
  –  Prodotto di Recupero;

se definisce un’ulteriore regolamentazione che prende in considerazione il riutilizzo delle cosi dette terre e rocce da scavo.

Materie Prime Secondarie (MPS)

In base all’art. 181-bis, introdotto dal “correttivo” dell’aprile 2008, le materie prime secondarie verranno definite ed individuate con un apposito decreto ministeriale che rispecchia i seguenti criteri:

1) siano prodotti da un’operazione di riutilizzo, di riciclo o di recupero di rifiuti;
2) siano individuate la provenienza, la tipologia e le caratteristiche dei rifiuti dai quali si possono produrre;
3) siano individuate le operazioni di riutilizzo, di riciclo o di recupero che le producono, con particolare riferimento alle modalità ed alle condizioni di esercizio delle stesse;
4) siano precisati i criteri di qualità ambientale i requisiti merceologici e le altre condizioni necessarie per l’immissione in commercio, quali norme e standard tecnici richiesti per l’utilizzo, tenendo conto del possibile rischio di danni all’ambiente e alla salute derivanti dall’utilizzo o dal trasporto del materiale, della sostanza o del prodotto secondario;
5) abbiano un effettivo valore economico di scambio sul mercato.

In sostanza, fatto salvo quanto verrà stabilito da un futuro decreto ministeriale, non sono rifiuti tutte le sostanze e materiali che presentino le caratteristiche dei prodotti di recupero individuati dalle vigenti norme tecniche sul recupero in regime semplificato (D.M. 5 febbraio 1998, 12 giugno 2002, n. 161 e 17 novembre 2005, n. 269), non solo quando derivano da operazioni di recupero di rifiuti, ma anche in ogni altro caso in cui comunque possiedano tali caratteristiche.

Prodotti di Recupero

Il D.Lgs. n. 152/2006 precisa che sono “prodotti” e non sono più rifiuti gli “ex-rifiuti” per i quali siano state completate le operazioni di recupero, fermo restando che i metodi di recupero dei rifiuti utilizzati per ottenere materie, sostanze e prodotti secondari devono garantire l’ottenimento di materiali con caratteristiche (che verranno) fissate con il Decreto del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare di concerto con il Ministro della salute e con il Ministro dello sviluppo economico e che, fino all’emanazione di tale decreto, continuano ad applicarsi le disposizioni di cui ai decreti ministeriali del 5 febbraio 1998, 12 giugno 2002, e del 17 novembre 2005, ed anche la circolare del Ministero dell’ambiente 28 giugno 1999.

Quest’ultima disposizione sta a precisare che, in attesa del previsto decreto ministeriale, sono comunque non-rifiuti, ma prodotti di recupero tutti quelli individuati come tali dalle vigenti norme tecniche per il recupero in regime semplificato dei rifiuti non pericolosi (D.M. 5 febbraio 1998), dei rifiuti pericolosi (D.M. n. 16/2002) e dei rifiuti prodotti dalle navi (D.M. n. 269/2005).

Sottoprodotti

L’art. 183, comma 1, definisce sottoprodotti le sostanze ed i materiali dei quali il produttore non intende disfarsi ai sensi dell’articolo 183, che soddisfino tutti i seguenti criteri, requisiti e condizioni:

1) siano originati da un processo non direttamente destinato alla loro produzione;
2) il loro impiego sia certo, sin dalla fase della produzione, integrale e avvenga direttamente nel corso del processo di produzione o di utilizzazione preventivamente individuato e definito;
3) soddisfino requisiti merceologici e di qualità ambientale idonei a garantire che il loro impiego non dia luogo ad emissioni e ad impatti ambientali qualitativamente e quantitativamente diversi da quelli autorizzati per l’impianto dove sono destinati ad essere utilizzati;
4) non debbano essere sottoposti a trattamenti preventivi o a trasformazioni preliminari per soddisfare i requisiti merceologici e di qualità ambientale di cui al  punto 3), ma posseggano tali requisiti sin dalla fase della produzione;
5) abbiano un valore economico di mercato.

La nuova definizione di sottoprodotto, introdotta con il “correttivo”, a differenza di quella originaria, non prevede tra i presupposti il fatto che si tratti di materiali che scaturiscono in maniera continuativa dal processo industriale (il sottoprodotto può quindi anche essere ottenuto in modo discontinuo), nè la condizione che l’utilizzo venga attestato “tramite una dichiarazione del produttore o detentore, controfirmata dal titolare dell’impianto dove avviene l’effettivo utilizzo”.

Terre e Rocce da Scavo

La disciplina delle terre e rocce da scavo, introdotta dalla legge 21 dicembre 2001, n. 443, e poi ampliamente rivista con il D.Lgs. n. 152/2006, è stata completamente riformulata in sede di “correttivo”, a seguito del quale l’art. 186 ora dispone:

da un lato che le terre e rocce da scavo, anche di gallerie (non sono più considerati “i residui della lavorazione della pietra” come figuravano nel testo originale del D.Lgs. 152/2006), ottenute come sottoprodotti, possono essere utilizzate per reinterri, riempimenti , rimodellazioni e rilevati, purchè sussistano determinate condizioni puntualmente elencate al comma 1 del medesimo art. 186;
dall’altro (ultimo periodo del comma 1) che l’impiego di terre da scavo nei processi industriali come sottoprodotti, in sostituzione dei materiali di cava, è consentito nel rispetto delle condizioni fissate all’art. 183, comma 1, lettera che per l’appunto, fissa le condizioni ricorrendo le quali un materiale è definito sottoprodotto.

Esclusioni

In base all’art. 185, comma 1, del D.Lgs. 152/2006, modificato dal D.Lgs. 4/2008, non rientrano nel campo di applicazione medesimo decreto legislativo e sono pertanto espressamente esclusi dalla disciplina generale della gestione rifiuti:

1) le emissioni in atmosfera, ossia gli effluenti gassosi (i quali sono disciplinati nella Parte Quinta del medesimo D.Lgs. 152/2006 “Norme in materia di tutela dell’aria e di riduzione delle emissioni in atmosfera”);
2) le acque di scarico (la cui disciplina è contenuta nella Parte Terza, Sezione Seconda, sempre del D.Lgs. 152/2006 “Tutela delle acque dall’inquinamento”), eccettuati i rifiuti allo stato liquido, che, come tali restano sottoposti alla disciplina dei rifiuti;in sintesi, la distinzione tra scarico idrico e rifiuto liquido è essenzialmente data dalla stabilità o meno della “condotta che lega l’origine del refluo con la sua destinazione: è uno scarico liquido (disciplinato quindi dalla Parte Terza, Sezione Seconda del D.Lgs. 152/2006) l’acqua usata convogliata al suo destino finale (fiume canale, lago, mare, fognatura) tramite un’opera fissa; è un rifiuto liquido invece l’acqua usata se trasferita all’impianto di trattamento tramite autobotte.
3) i rifiuti radioattivi;
4) gli esplosivi in disuso;
5) i rifiuti risultanti dalla prospezione, dall’estrazione, dal trattamento, dall’ammasso di risorse minerali o dallo sfruttamento delle cave;
6) le carogne, i materiali fecali ed altre sostanze naturali e non pericolose utilizzate nell’attività agricola;
7) i materiali vegetali, le terre ed il pietrame non contaminati provenienti dalla manutenzione di alvei di scolo ed irrigui;
8) il suolo non contaminato e altro materiale allo stato naturale escavato nel corso dell’attività di costruzione allo stato naturale nello stesso in cui è stato scavato (secondo quanto specificato dalla legge 28 gennaio 2009, n.2, di conversione del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185).

I rifiuti urbani

Fanno parte dei rifiuti urbani:

  • Rifiuti domestici anche ingombrantirifiuti provenienti dallo spazzamento delle strade
  • rifiuti di qualunque natura o provenienza, giacenti sulle strade ed aree pubbliche
  • rifiuti vegetali provenienti da aree verdi, quali giardini, parchi e aree cimiteriali.

Sapere qualè la composizione dei rifiuti rifiuti urbani permette di programmare meglio la gestione, quindi lo smaltimento e il riciclaggio. Una consistente presenza di frazioni combustibili con elevato potere calorifico, ad esempio, può orientare verso l’incenerimento con recupero di calore. La percentuale di inerti, invece, permette di orientare la quota di materiali da conferire, comunque in discarica.

I rifiuti speciali

Fanno parte dei rifiuti speciali:

  • I rifiuti da lavorazione industriale;
  • i rifiuti da attività commerciali;
  • i rifiuti derivanti dall”attività di recupero e smaltimento di rifiuti, i fanghi prodotti da trattamenti delle acque e dalla depurazione delle acque reflue e da abbattimento di fumi;
  • i rifiuti derivanti da attività sanitarie;
  • i macchinari e le apparecchiature deteriorati ed obsoleti;
  • i veicoli a motore, rimorchi e simili fuori uso e loro parti;
  • altri.

I rifiuti urbani pericolosi (RUP)

I rifiuti urbani pericolosi sono costituiti da tutta quella serie di rifiuti che, pur avendo un’origine civile, contengono al loro interno un’elevata dose di sostanze pericolose e che quindi devono essere gestiti diversamente dal flusso dei rifiuti urbani “normali”.Tra i RUP, i principali sono i medicinali scaduti e le pile.

I rifiuti speciali pericolosi

I rifiuti speciali pericolosi sono quei rifiuti generati dalle attività produttive che contengono al loro interno un’elevata dose di sostanze inquinanti. Per questo motivo occorre renderli innocui, cioè trattarli in modo da ridurne drasticamente la pericolosità.Nella normativa precedente rispetto a quella in vigore attualmente, tali rifiuti erano definiti come rifiuti tossico nocivi.

  • Raffinazione del petrolio;
  • processi chimici;
  • industria fotografica;
  • industria metallurgica;
  • oli esauriti;
  • solventi;
  • produzione conciaria e tessile;
  • impianti di trattamento dei rifiuti;
  • ricerca medica e veterinaria.

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